Ricordo, più di 40 anni fa, un bambino biondo, ricciutissimo, dal dolce viso ovale. Un piccolo angelo paffuto con occhi furbi e chiari. Si chiama Flavio Del Pistoia ed è mio compagno di banco in terza elementare. Non fa che distrarsi; e appena può, scappa nel suo mondo di figurine disegnate. La sua è una mano incontenibile! Già si celava in lui un pittore latente; e questo poteva essere il suo naturale sviluppo. Ma come spesso accade la nostra più autentica vocazione segue vie imprevedibile. E per anni essa si è accompagnata a ben altre attività pratiche, coltivata come un bene rifugio, o un modo per continuare a "distrarsi" dal peso e dal tumulto quotidiano. Ha amato egli allora una figurazione sintetica e gestuale, dominata dalla certezza del bianco e della luce. Finché l'estate della sua giovinezza pittorica non è crollata così, tutto ad un tratto. Possono infatti capitare eventi che, come corti circuiti, ci devastano il cuore e il buio che ne deriva non si dissipa tanto facilmente. Ci son stati così lunghi anni in cui la mano di Del Pistoia ha cessato di cantare. Ma durante questo suo silenzio obbligato, quanti volti sono tornati a bussare alla porta del suo ricordo! Ormai non sorridono più, come ai tempi dei banchi di scuola. Delusi e onnipresenti, come lemuri desiderosi di pace sgusciano via, fuori dai sogni, seguitando ad inseguire la mano del pittore ritrovata. Ovunque, anche fra le pieghe più impensate del giorno, dove l'occhio di Flavio li sorprende, sopraffatto dalla loro onnipresenza. Lo supplicano d'essere di nuovo incisi con questo loro ritratto di bambini decrepiti. Che qualcuno li strappi dal limbo in cui sono caduti! Che qualcuno li rivesta col colore reale della loro infelicità! Ma sono tanti, sono troppi per essere abbastanza definiti e riamati. Eccoli inquieti mentre fanno ressa, s'urtano e si sovrappongono, invadendo ogni angolo della tela. Difficilmente saprebbero accorgersi l'uno dell'altro così assorbiti come sono dalle loro angosce e dalle loro paure. Flavio Del Pistoia ne ricava così la metafora convincente d'una accalcata moltitudine in cui ognuno è intento a occupare l'area vitale dell'altro, pur di salvaguardarsi mostrandosi. Ma non se ne scorge che la maschera ormai sgomenta, ora beffarda.
GIUSEPPE CORDONI
Hanno scritto di lui anche: Krimer, Moscatelli, Cagetti, Paloscia, Falossi e Cennamo. |
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